SUDAN

Sudan e la diga di Meroe


Sudan, la diga incubo
Costruita dai cinesi, cancellerà villaggi, campi e siti archeologici
di Domenico Quirico, corrispondente da Parigi

Al villaggio di Argu i bulldozer sono già passati a rivedere e correggere brutalmente il paesaggio, le case sono state rase al suolo, hanno lasciato in piedi solo il minareto. Sarà uno dei primi a essere inghiottito dalle acque, tra qualche mese. I cinesi del consorzio CCMD lavorano svelti, in cinque anni era stata fissata la durata del progetto per la diga di Meroe avviata nel 2002 e ci tengono ad arrivare in perfetto orario. Questa regione del nord Sudan è un pezzo della loro Africa, fatta di buoni affari e infiltrazione politica: armi, petrolio e appalti, così hanno trasformato il Sudan fondamentalista nel grande alleato.

I russi regalarono Assuan ai deliri terzomondisti di Nasser, i cinesi costruiranno Meroe per Al Bashir, l'ex amico di Bin Laden, il macellaio del Darfour. Ma ha il petrolio, come non perdonargli cinicamente tutto? Vivono nel loro campo strettamente sorvegliato come in una fortezza. Non hanno assunto nessun sudanese, non è il loro sistema. Tra gli operai non specializzati ci sono maliani e nigeriani, manodopera a bassissimo costo: finiti i lavori saranno rimandati nei loro paesi. Precauzioni necessarie: perché la diga qui non la amano, dicono che ruba la loro terra e il loro passato, li condanna alla povertà. Tre anni fa ci furono disordini gravi, l'esercito sparò, si contarono morti. Ma il regime di Al Bashir non ama le contestazioni. Ha combattuto per dieci anni contro i ribelli del sud per agguantare il petrolio, i suoi giannizzeri a cavallo stanno ripulendo con metodo a ovest il Darfour. Il Nord almeno deve restare tranquillo. Hanno investito quasi due miliardi di dollari a Meroe, arrivati in buona parte dai ricchi paesi del Golfo che hanno dimenticato in fretta i tempi in cui Karthoum era il burattinaio dei fondamentalismi. Sbarrando il Nilo con l’opera più grande mai concepita sul fiume dai tempi dell’epopea egiziana di Assuan vogliono il doppio dell’energia elettrica di cui dispongono.

Nessuno deve mettere impacci al progetto di plasmare una regione intera, di tagliare trasformare costringere il fiume a seguire docile la volontà umana. Perché l'orografia sarà ridisegnata brutalmente, la quarta cataratta, la più spettacolare delle sei del Nilo, sparirà. I rassicuranti studi sull'impatto ecologico, secondo molti analisti indipendenti non sono attendibili. Soprattutto, la diga costringerà 60 mila persone a lasciare le terre dove hanno sempre vissuto. Avranno nuove case «più belle delle baracche in cui vivevano»; il governo ha promesso loro «una nuova vita». Purtroppo il loro probabile destino sarà quello dei profughi, senza scuole, medici acqua elettricità, senza il limo che permetteva il lavoro di contadini, su una terra sterile.

Alla fine nascerà un bacino che si estenderà su 175 km per quattro di larghezza. Sotto 18,5 miliardi di metri cubi di acqua resteranno i terreni agricoli benedetti dal limo del fiume. E anche uno dei più grandi siti archeologici dell'Africa, la Nubia delle regine nere, delle enigmatiche dinastie di Meroe e di Kush che regnarono anche sull'Egitto. Gli etruschi dell'Africa, perché i loro geroglifici sono così sofisticati che nessuno è ancora riuscito a decifrarli. Qui nei silenzi del deserto e nell'animazione del fiume il mondo africano e quello mediterraneo si incontrarono e scontrarono. Come ad Assuan i monumenti maggiori vengono smontati e salvati, ma resta il rimorso per quanto doveva ancora essere scavato e scoperto.

Dove si alza lo sbarramento e dove nasce una delle nuove città promesse agli sfollati le ruspe hanno tagliato la roccia nera per aprire una strada che arriva a 200 metri dalle piramidi di Nuri dove riposano 21 re e 52 regine, principi e principesse. Un dramma per questi monumenti che non sono protetti. Il djebel Barkal, la montagna sacra di Amon, dove si estendeva la capitale del regno di Kush, Napata, ormai invano fa la guardia al sonno eterno del re Taharqa. A guardare sospettoso il crescere della diga, ma non per passioni archeologiche, è anche l'Egitto. Tutto quello che succede sui 7.000 km del fiume, dal magro filo d'acqua che esce da una collina del Burundi fino al delta di Alessandria, per lui è vitale. Nel 1978, quando l'Etiopia annunciò di voler costruire uno sbarramento sul lago Tana, Sadat minacciò la guerra. Tra il Cairo e Karthoum l'accordo esiste e risale al 1959. È l'Egitto che ha fissato le quote: 55,5 km cubi di acqua per sè e 18,5 km cubi per il Sudan. La diga di Meroe rispetta gli impegni; per di più il limo che sarà drenato non andrà a sovraccaricare il lago Nasser, assicurando vita più lunga alla diga di Assuan. Ma hanno già calcolato che nel 2050 sulle rive del Nilo vivrà un miliardo di persone, quattro volte oggi. Allora sarà il tempo delle guerre dell'acqua.

Tratto da La Stampa (www.lastampa.it) del 16/3/2007

 

REPORTAGE TG2 DOSSIER SUL SUDAN, DOMENICA 9 DICEMBRE ORE 18

“Il gigante e il fiume”
di Redazione

Nei giorni scorsi si è parlato di Sudan per la vicenda della maestra inglese, per fortuna poi rilasciata, che ha rischiato frustate e carcere per aver lasciato che i suoi allievi chiamassero Muhammad un orsacchiotto di pezza. È con storie così che il paese più grande dell'Africa viene raccontato, troppo spesso, dai nostri giornali e televisioni. Un gigante addormentato lungo le rive dell'alto Nilo, enorme e poverissimo, marchiato da un'interminabile guerra civile tra arabi musulmani e neri cristiani, e poi dal genocidio nel Darfur. In realtà, come sempre, le cose sono più complicate. Da dieci anni, per esempio, si è scoperto che sotto la sua sabbia sono nascoste enormi riserve di petrolio. E tutto è cambiato molto in fretta. A svegliare il gigante è accorsa subito la Cina, offrendo al regime di Omar Al Bashir una serie di progetti chiavi in mano per superare in pochi anni secoli di sottosviluppo. In cambio, milioni e milioni di tonnellate di petrolio. E nessuna degli scrupoli su democrazia e diritti umani che rendono così difficile all'Europa lavorare con il regime di Khartoum. Il volto del Sudan è già cambiato. E cambierà ancor di più quando grazie all'ultimo regalo di Pechino. La gigantesca diga sul Nilo destinata a fornire in abbondanza l'energia elettrica di cui il paese ha bisogno. Al prezzo di sommergere decine di villaggi e tesori archeoloegici ignorati: reperti preistorici, resti delle civiltà medievali africane.
È per raccontare questo che Angelo Figorilli e Silvio Giulietti sono volati per Tg2 dossier nel deserto del Sudan. I due inviati sono stati per giorni con un gruppo di archeologi italiani e inglesi, li hanno seguiti nel difficile compito di scegliere, l’incisione, il graffito da recuperare e quello da abbandonare al suo destino. Un lavoro solitario e struggente, una corsa contro il tempo, in mezzo al deserto. Hanno parlato con gli abitanti dei villaggi che dovranno andarsene. Sotto le gigantesche palme, all’ombra dei grandi alberi hanno detto che non possono fare altrimenti. Qualcuno ha accettato di spostarsi subito, nei villaggi costruiti dal governo, altri aspettano. “Aspettiamo l’acqua che avanza. Ci sposteremo quando sarà qui, vogliamo restare sulla riva del Nilo”. Ma quando sarà, la riva del Nilo sarà solo acqua e sabbia. Tg2 dossier, il settimanale coordinato da Stefano Marroni, ha verificato i progetti di irrigazione, finora solo sulla carta, filmato i grandi tralicci, costruiti dai cinesi, già pronti per quando le turbine della grande diga produrranno energia. Il reportage, con il montaggio serrato di Marco Bonfiglioli, ha registrato lo sviluppo impetuoso e caotico della capitale Khartoum. In quattro anni hanno costruito, con l’aiuto chiavi in mano dei cinesi, due ponti sul fiume, per quasi un secolo ne hanno avuto solo uno, quello storico, di ferro, realizzato dai colonialisti inglesi. Uno sviluppo fatto di palazzi di vetro e cemento, sedi di banche, arabe soprattutto. Ma anche di periferie sterminate, baracche, povertà e degrado, dove gli sradicati di tutte le guerre passate e presenti si sono accampati e vengono ogni giorno spinti sempre più lontano, verso il deserto. Il dossier racconta anche chi in questo paese ci vive da quasi mezzo secolo, italiani, come le suore e i missionari comboniani, le loro scuole e i loro ospedali che testimoniano della possibilità di convivere, nonostante tutto. E incontra anche altri italiani, come i medici di Emergency che da sei mesi fanno operazioni a cuore aperto nel modernissimo ospedale costruito alle porte della città. Una sfida a chi pensa che l’Africa abbia bisogno e diritto solo a medicine gettate in fretta con il paracadute.
Insomma il Tg2 dossier “il gigante e il fiume” in onda su rai due domenica 9 dicembre alle 18 è un racconto che dice molto anche sul futuro dell’Africa, un ritratto dal vero della contraddizione tra sviluppo, ambiente e culture tradizionali quando il bisogno di crescere è disperato. Il Sudan non è solo l’emergenza Darfur ma anche un pezzo di quella sfida africana che prima di giudicare sarebbe bene conoscere. Certo possiamo sempre far finta di niente e occuparci d’altro ma prima o poi la nuova Africa verrà a bussare.

Tratto da Articolo21 (
http://www.articolo21.info/) del 07/12/2007

 

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