TIBET

Tibet News

 

6 NUOVE LINEE FERROVIARIE PER IL TIBET
19 Agosto

E' quanto annunciato dal ministro dei trasporti cinese per incrementare lo sviluppo dell'economia della regione Himalayana. Le nuove linee collegheranno Lhasa con le regioni circostanti e saranno completate entro il 2020.

 

FRENATA DEL TURISMO IN TIBET, MA LA RIPRESA E' VICINA
17 Agosto

Dopo le repressioni cinesi di Marzo e la chiusura dei confini della provincia automa, la regione Tibetana ha subito un forte calo di visite. Tra gennaio e giugno hanno visitato il paese 340.000 persone, mentre nel 2007 per lo stesso periodo più di 1 milione di persone aveva visitato il paese. Ma la ripresa è vicina è nel solo luglio le visite sono state più di 370.000.

 

LA TREGUA OLIMPICA NON ESISTE PER IL TIBET
16 Agosto

La Cina durante i giochi olimpici non ha fermato la repressione in tibet, ma continua tranquillamente a arrestare, fermare e torturare quasi fino alla morto i civili, è quanto comunica il Dalai Lama in visita in Francia dove ha incontrato la rivale di Sarkozy alle scorse elezioni, Segolene Royal, che ha intenzione di visitare il Paese delle Nevi.

Articolo completo in inglese :
http://www.phayul.com/news/article.aspx?id=22515&article=Dalai+Lama%3a+China+mistreating+Tibetans+during+Games&t=1&c=1

 

IL DALAI LAMA ARRIVA IN FRANCIA
11 Agosto

Ieri il Dalai Lama è sbarcato a Parigi, accolto da una piccola crappresentanza di Buddhisti Francesi e Tibetani residenti in Francia. ‬Il presidente francese, nonostante le tante parole prima delle olimpiadi per denunciare la situazione del Tibet, non incontrerà il leader spirituale poichè "il momento non è dei migliori". In compenso sua moglie Carla Bruni incontrerà il Dalai Lama il 22 Agosto per inaugurare un monastero buddhista nel sud della Francia...

Articolo completo :
http://www.phayul.com/news/article.aspx?id=22429&article=Dalai+Lama+arrives+in+France&t=1&c=1

 

350 TIBETANI ARRESTATI DURANTE L'ULTIMA PROTESTA A KATHMANDU
10 Agosto

Questa volta i poliziotti nepalesi sono stati sorpresi dal grande numero di tibetani che si è raccolto a Kathmandu, diretti al consolato cinese per protestare sulal situazione dei loro connazionali in Tibet. Come sempre non sono mancate le violenze, sia da parte della polizia nepalese che di alcuni elementi tra i manifestanti che approfittano della situazione per creare scompiglio e caos. Le pressioni del governo cinese sul Nepal per arginare le proteste dei dissidenti tibetani sono sempre più forti.

Articolo completo :
http://www.phayul.com/news/article.aspx?id=22423&article=350+Tibetans+arrested%2c+many+injured+in+latest+Kathmandu+protest&t=1&c=1

 

NUOVE DISPOSIZIONI PER VIAGGI IN TIBET
14 Luglio 2008

Voli per Lhasa
1. Al momento la possibilità di raggiungere Lhasa è prevista solamente dagli aeroporti di Pechino e Chengdu.

Regolamentazione per l'ingresso nel Tibet
1. Ogni turista deve far parte di un gruppo di minimo 2 persone. Non sono ammessi turisti singoli.
2. Ogni viaggio deve essere organizzato prima della partenza dal primo ad ultimo giorno, specificando le visite giornaliere.
3. Possono viaggiare in un gruppo solo persone di stessa nazionalità.
4. I turisti devono essere accompagnati dalle guide per tutto il viaggio, anche giorni liberi a Lhasa.
5. Al momento alcuni luoghi rimangono ancora chiusi come il monastero di Samye e alcune aree limitrofe attorno il Tibet Autonomo come nel Sichuan le Prefetture di Ganzi e Ngawa (Aba), la Gannan Prefecture nel Gansu e il nordovest del Yunnan. Non è certa l'apertura definitiva di queste aree; per visitare queste aree consigliamo di contattarci.

Visto d'ingresso
Le formalità richieste includono oltre ai dettagli usuali:

1. Per impiegati adulti si deve indicare: tutti i dettagli del datore di lavoro: indirizzo ditta completo, numero telefono, fax, email.
2. Per pensionati o studenti si deve indicare: indirizzo completo di residenza, numero telefono, recapiti scuola/università e del responsabile reparto, telefono, fax, email
3. Per minori si deve indicare: indirizzo completo di residenza, numero telefono dei genitori, fax, email

 

IL GOVERNO ESORTA GLI ATLETI ITALIANI A ESPRIMERE IL PROPRIO DISSENSO AI GIOCHI DI BEIJING
5 Agosto 2008
Roma. Membri del governo italiano hanno parlato della possibilità negata agli atleti italiani alle olimpaidi dal CONI di protestare con piccoli gesti contro la repressione del governo cinese in Tibet. Le parole non sono mancate tra il ministro Gasparri e il presidente del Coni Petrucci, forse solo parole volte a strumentalizzare la situazione, da una o dall'altra parte. Intanto gli atleti proseguono gli allenamenti e si preparano al grande evento cercando di non subire pressioni dai governi per protestare contro le politiche cinesi, ma andando avant con la propria volontà.

Articolo completo in inglese :
http://www.phayul.com/news/article.aspx

 

NUOVE MISURE DEL GOVERNO CINESE PER ELIMINARE I MONASTERI E LIMITARE LA PRATICA RELIGIOSA
30 Luglio 2008
Cancellare le nuove misure che rano state appena introdotte per i monasteri, limitare la pratica religiosa e "spurgare " i monasteri di monaci sono alcune delle azioni che il goveno cinese sta attuando in Tibet sulla scia delel proteste che ci sono state negli ultimi mesi sull'altopiano. Introdurre nuove misure che ricordano quelle usate durante la Rivoluzione Culturale, da applicare a centinaia di monasterii e che colpiranno il cuore della comunità religiosa tibetana, rischiando di creare ancora più risentimento tra la popolazione.

Articolo completo in inglese :
http://www.savetibet.org/news/newsitem.php?id=1341

 

PUNITI I GENITORI CHE MANDANO I FIGLI NELLE SCUOLE DEL DALAI LAMA
19 Luglio 2008
A Lhasa, le autorità locali hanno annunciato che saranno licenziati e puniti i funzionari che mandano propri figli a studiare all'estero nelle scuole aperte dalla "cricca" del Dalai Lama, leader spirituale del Tibet. L'avviso, pubblicato dalla Commissione per la disciplina, si chiama "Trattamento disciplinare per i membri del Partito Comunista e per i funzionari del governo che mandano i propri figli a studiare negli istituti della cricca del Dalai Lama all'estero". L'avviso, spiega la stampa ufficiale locale, è riferito alla "cospirazione" del Dalai, che tenta di "sedurre" i giovani e fare loro "un lavaggio del cervello" offrendo alloggio, cibo e istruzione gratuita nelle sue scuole.

Fonte :
www.italiatibet.org

 

NUOVI ARRESTI IN TIBET
3 Aprile 2008

Mentre a Pechino, in piazza Tienanmen, alla presenza del presidente Hu Jintao e tra impressionanti misure di sicurezza, è stata accesa il 31 marzo la fiaccola olimpica, continua a Lhasa e in tutti i territori tibetani l’ondata di arresti da parte della polizia e dell’esercito cinese. Si ha notizia certa dell’arresto, a partire dal 10 marzo, di 1072 religiosi e 2500 laici, con oltre 1000 persone fermate nella sola Lhasa: le stesse autorità cinesi hanno fatto sapere che il numero dei dimostranti arrestati a Lhasa supera le 800 persone mentre 280 sono i tibetani che si sono consegnati spontaneamente nelle mai della polizia. Impossibile accertare il numero dei morti: 22, secondo le fonti cinesi, almeno 140 secondo le fonti tibetane, ma si teme che le vittime della repressione superino le 200 unità. Oltre 1000 i feriti di cui molti in gravissime condizioni.

Fonti tibetane riferiscono dell’arresto, tra il 28 e il 29 marzo, di 572 monaci del monastero di Kirti, nella regione nord orientale dell’Amdo, compresi novizi di non più di dieci anni. A dimostrazione dei loro crimini, sembra siano stati costretti dalla polizia a sventolare bandiere tibetane e a mostrare fotografie del Dalai Lama mentre le forze di sicurezza filmavano e fotografavano la scena. Il governo cinese ha reso noto che i processi si terranno a partire dal 1° maggio, segno della determinazione delle autorità di Pechino a chiudere il capitolo delle proteste ben prima della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici.

Altri arresti nel vicino monastero di Goman, dove i religiosi, mani e piedi legati, sono stati chiusi in tende appositamente allestite a causa del sovraffollamento delle modeste carceri locali. Circa 10.000 i religiosi confinati nei monasteri, ormai del tutto impossibilitati ad approvvigionarsi di cibo e acqua.

Malgrado la feroce repressione e le intimidazioni, il 29 marzo nuove proteste si sono verificate nell’area del Barkhor, a Lhasa, quando gli agenti di pubblica sicurezza hanno cercato di fermare alcuni tibetani residenti nella zona del Jokhang. Tutti i negozi dei tibetani sono stati chiusi e la polizia ha circondato l’intera area. Nella contea di Chone (provincia del Gansu), gli studenti hanno disertato le lezioni. Si ha notizia di manifestazioni di protesta nella zona di confine tra le province del Gansu e del Sichuan, con massicci interventi dell’esercito nelle contee di Draggo e di Chigdril.
Testimoni oculari hanno riferito di pacifiche manifestazioni di massa in tutto l’altipiano tibetano. A Holkha (Contea di Tsigorthang, Prefettura di Tsolho, provincia del Quinghai), il 25 marzo i tibetani hanno organizzato una marcia di solidarietà e di preghiera con i caduti. L’arresto di tre persone che avevano preso parte alla dimostrazione ha provocato la reazione dei tibetani: il giorno seguente, 26 marzo, circa 600 persone hanno dato vita ad un sit-in di protesta di fronte alla sede delle locali autorità governative chiedendo la liberazione dei prigionieri. La folla è stata dispersa.

Fonte:
http://www.italiatibet.org

 

TORCIA OLIMPICA IN TIBET? NUOVE PROTESTE O SMACCO PER LA REPUBBLICA POPOLARE
3 Aprile 2008

WASHINGTON (AFP) - A special envoy of Tibet's spiritual leader, the Dalai Lama, called on Beijing Thursday to cancel plans to carry the Olympic torch through Tibet, saying it was a "provocative" move after the Chinese crackdown of protests in the Himalayan territory.

"This idea of taking the torch through Tibet, I really think, should be cancelled precisely because that would be very deliberately provocative and very insulting after what has happened," envoy Lodi Gyari told a US congressional hearing.

Pro-Tibet protesters had earlier demanded the Olympic torch be kept out of the Himalayan territory as part of the scheduled 130-day relay itinerary, saying carrying the flame there could trigger more unrest.

The torch will pass through Tibet for the Everest leg in May, and then again when it goes through Lhasa in June. Chinese officials have already pledged tight security for the Tibetan legs.

But Gyari told American lawmakers that if the Chinese authorities went ahead with the torch run in Tibet, it "would bring more adverse publicity" to the Olympic Games in Beijing.

He said the International Olympic Committee, if they wanted the games to be successful, "should tell China, 'Look that stretch of relay through Tibet needs to be cancelled.'

"Under the present circumstances, it would be really very insulting to the sentiment of the Tibetan people," said Gyari, who had led the Dalai Lama's delegation in six rounds of talks so far with the Chinese authorities to press for "meaningful autonomy" in Tibet.

Protests in the Tibetan capital, Lhasa, on March 10 to mark a failed 1959 uprising against Chinese rule escalated into widespread rioting in the city, which then spread to neighboring Chinese provinces populated by Tibetans.

Beijing says rioters killed 18 civilians and two police officers. Exiled Tibetan leaders have put the death toll from the Chinese crackdown at 135-140 Tibetans, with another 1,000 injured and many detained.

China has accused the Dalai Lama of trying to take the Olympic Games "hostage" over Tibet, a charge which the spiritual leader calls "baseless."

The Dalai Lama had openly said that he supported the games hosted by China.

Gyari said China must bear full responsibility for the bloody turmoil in Tibet as he had warned in all the negotiations with Beijing so far that the Chinese authorities should not push Tibetans to their limits.

"What is happening in Tibet, the Chinese government must bear full responsibility. At every meeting in the last six years I told the Chinese, 'Please, you are pushing our people to the limits. If you continue pushing this policy, an unfortunate situation can happen."

"But they did not listen," Gyari said, accusing Beijing of "marginalization of the people Tibet" even though it was supposed to an autonomous region.

"Tibet has become, particularly in the last few weeks, in every sense, an occupied province, brutally occupied" by the Chinese military, he said. "The Chinese communist party is running our monasteries."

Gyari urged US legislators to press Beijing to allow the United States to set up a permanent diplomatic mission in the Tibetan capital of Lhasa, as required under US law.

Under the Tibetan Policy Act signed into law by US President George W. Bush in 2002, the State Department "should make best efforts to establish an office in Lhasa to monitor political, economic, and cultural developments in Tibet."

He also urged the US Congress to send an urgent mission to look into the plight of the Tibetans, some of whom he said were not give access to medical treatment after suffering injuries during Beijing's crackdown.

House of Representatives Republican lawmaker Chris Smith, who chaired the hearing, said he had introduced a resolution in the House urging the Chinese government to "provide details of each Tibetan arrested and allow access by diplomats and international observers to their trials."

fonte :
www.phayul.com

 

APPELLO DEL DALAI LAMA AL POPOLO CINESE
28 Marzo 2008

Oggi, estendo dal profondo del cuore i miei migliori auguri ai miei fratelli e sorelle cinesi nel mondo intero, e in particolare a quelli di loro che risiedono nella Repubblica Popolare Cinese. Alla luce dei più recenti sviluppi in Tibet, vorrei condividere con voi il mio pensiero circa le relazioni fra il popolo tibetano e il popolo cinese e rivolgere a voi tutti un appello personale.

Sono profondamente rattristato dalle perdite di vite umane nei tragici e recenti eventi in Tibet. Sono consapevole che vi siano state alcune vittime anche tra i cinesi. Sono vicino alle vittime e alle loro famiglie, e prego per loro. Le recenti agitazioni hanno chiaramente dimostrato la gravità della situazione in Tibet e l’urgente bisogno di cercare una soluzione pacifica e reciprocamente benefica attraverso il dialogo. Persino in questo frangente ho espresso alle autorità cinesi la mia volontà di lavorare insieme per produrre pace e stabilità.

Fratelli e sorelle cinesi, vi assicuro che non desidero una secessione per il Tibet, né intendo causare dissapori tra i tibetani e i cinesi. Al contrario, il mio impegno è sempre stato quello di trovare, per la questione tibetana, una soluzione autentica che garantisca gli interessi a lungo termine tanto dei cinesi quanto dei tibetani. La mia prima preoccupazione, come ho tante volte ripetuto, è assicurare la sopravvivenza della cultura, della lingua e dell’identità peculiari del popolo tibetano. Come semplice monaco che lotta per vivere la propria quotidianità secondo i precetti buddhisti, posso rassicurarvi circa la sincerità della mia motivazione.

Mi sono appellato alla leadership della Repubblica Popolare Cinese affinché comprenda con chiarezza la mia posizione, e operi per risolvere questi problemi “cercando la verità nei fatti”. Sollecito i leader cinesi all’esercizio urgente della saggezza, dando inizio ad un dialogo significativo con il popolo tibetano. Faccio loro appello inoltre affinché mettano in atto uno sforzo sincero per contribuire alla stabilità e all’armonia della Repubblica Popolare Cinese, evitando di creare tensioni fra le sue diverse nazionalità. I media di Stato hanno tracciato, dei recenti eventi in Tibet, un ritratto ingannevole e distorto, che potrebbe gettare il seme di tensioni razziali con imprevedibili conseguenze a lungo termine. Questo è per me soggetto di grave preoccupazione. Similmente, malgrado il mio reiterato sostegno alle Olimpiadi di Pechino, le autorità cinesi, con l’intento di creare una spaccatura tra il popolo cinese e la mia persona, asseriscono che sto cercando di sabotare i giochi. Mi sento sostenuto, tuttavia, da diversi intellettuali e uomini di cultura cinesi, i quali a loro volta hanno espresso forte preoccupazione circa l’agire della leadership cinese e il potenziale sviluppo di conseguenze a lungo termine, in particolare sulle relazioni fra le diverse nazionalità.

Fin dall’antichità, i tibetani e i cinesi sono vissuti come vicini. Nei duemila anni di storia scritta dei nostri popoli, abbiamo a volte sviluppato relazioni amichevoli, addirittura sancite da alleanze matrimoniali, e a volte ci siamo combattuti. Tuttavia, dacché il buddhismo è fiorito in Cina, ancor prima che giungesse in Tibet dall’India, noi tibetani abbiamo storicamente considerato il popolo cinese con il rispetto e l’affetto dovuto a fratelli e sorelle più anziani nel Dharma. Questo dato è talvolta ben noto ai membri della comunità cinese che vivono fuori dalla Cina, alcuni dei quali hanno assistito alle mie conferenze sul buddhismo, nonché ai pellegrini provenienti dalla Cina continentale che ho avuto il privilegio di incontrare. Tali incontri sono stati incoraggianti, e ritengo possano contribuire ad una migliore comprensione tra i nostri due popoli.

Il ventesimo secolo ha visto accadere enormi cambiamenti in molte parti del mondo, ed anche il Tibet è rimasto coinvolto in queste turbolenze. Poco dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, L’Esercito di liberazione popolare entrò in Tibet e il risultato finale fu l’Accordo in 17 punti siglato da China e Tibet nel maggio 1951. Quando andai a Pechino nel 1954-55, al Congresso Nazionale del Popolo, ebbi modo di incontrare molti dei leaders più anziani e di stringere con alcuni di loro, compreso il Presidente Mao, relazioni amichevoli sul piano personale; egli mi consigliò su diversi argomenti, e mi rassicurò personalmente sul futuro del Tibet. Incoraggiato dalle sue rassicurazioni, e ispirato dalla dedizione che manifestavano molti dei leaders rivoluzionari cinesi del tempo, tornai in Tibet pieno di fiducia e di ottimismo. La mia speranza era condivisa anche da diversi membri tibetani del Partito Comunista. Tornato a Lhasa, feci ogni possibile sforzo per configurare per il Tibet un’autonomia genuina in seno alla famiglia della Repubblica Popolare Cinese (RPC): ero convinto che questo avrebbe servito nel migliore dei modi gli interessi a lungo termine tanto del popolo tibetano che del popolo cinese.

Purtroppo, intorno al 1956 ebbe inizio in Tibet un’escalation della tensione, la quale si concluse col la sollevazione non violenta del 10 marzo 1959 a Lhasa e la mia definitiva fuga verso l’esilio. Sebbene molti sviluppi positivi abbiano avuto luogo in Tibet sotto il dominio della RPC, essi sono stati, come sottolineato dal precedente Panchen Lama nel gennaio del 1989, oscurati da una sofferenza immensa e da una distruzione su larga scala. I tibetani sono stati costretti a vivere in uno stato di costante paura, mentre il governo cinese ha continuato a vederli con sospetto. E tuttavia, invece di coltivare l’inimicizia nei confronti dei leader cinesi responsabili di una spietata repressione del popolo tibetano, io ho pregato affinché diventassero amici, esprimendolo nei versi di una preghiera che composi nel 1960, un anno dopo essere arrivato in India: "Possano conseguire la saggezza del discernimento tra ciò che è giusto e cosa è sbagliato, e dimorare nello splendore dell’amicizia e dell’amore". Molti tibetani, fra cui i piccoli scolari, recitano questi versi ogni giorno, nelle loro preghiere.

Nel 1974, in seguito ad un serio dibattito con il Kashag (il mio Gabinetto), nonché con il Presidente e il Vicepresidente dell’allora Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano, prendemmo la decisione di seguire una Via di Mezzo che non avrebbe cercato di separare il Tibet dalla China, ma avrebbe facilitato un pacifico sviluppo del Tibet. Sebbene all’epoca non avessimo contatti con la RPC – che era nel mezzo della Rivoluzione culturale – avevamo già riconosciuto che prima o poi avremmo dovuto risolvere la questione tibetana per mezzo di negoziati. Riconoscemmo inoltre che, se non altro rispetto alla modernizzazione e allo sviluppo economico, sarebbe stato di grande beneficio per il Tibet rimanere in seno alla RPC: pur avendo un antico e ricco retaggio culturale, il Tibet è sottosviluppato dal punto di vista materiale.

Dal Tibet, situato sul tetto del mondo, nascono molti dei maggiori fiumi dell’Asia, sicché la protezione dell’ambiente dell’altopiano tibetano è di suprema importanza. Sebbene la nostra massima preoccupazione sia la salvaguardia della cultura buddhista tibetana – dal momento che è così radicata nei valori della compassione universale – nonché della lingua e dell’unicità dell’identità tibetana, abbiamo operato dal profondo del cuore per conseguire un significativo autogoverno per tutti i tibetani, un diritto che la stessa costituzione della RPC prevede per nazionalità quali quella dei tibetani.

Nel 1979, l’allora massimo leader cinese Deng Xiaoping garantì al mio personale emissario che "eccenzion fatta per l’indipendenza del Tibet, tutte le altre questioni possono essere negoziate". Avendo già deciso per un approccio che trovasse una soluzione alla questione tibetana all’interno della costituzione della RPC, eravamo pronti a cogliere questa nuova opportunità. I miei rappresentanti incontrarono molte volte i funzionari della RPC, e dacché i contatti si sono riallacciati nel 2002 hanno avuto luogo sei colloqui, senza che tuttavia questo producesse alcun risultato concreto sulla questione principale. Ciò nonostante, ho continuato ad aderire con fermezza all’approccio della Via di Mezzo, ribadendolo molte volte, e rinnovando con ciò la mia volontà di continuare a proseguire il dialogo.

Quest’anno il popolo cinese attende con impazienza e fierezza l’apertura del giochi olimpici. Fin dall’inizio sono stato favorevole a che venisse riconosciuta a Pechino l’opportunità di ospitare le Olimpiadi, e la mia posizione non è cambiata: la Cina è oggi la nazione più popolosa del mondo, ha una lunga storia e una civiltà estremamente ricca. Oggi, grazie al suo impressionante progresso economico, sta emergendo quale grande potenza. E questo è certo benvenuto. Ma la Cina ha anche bisogno di guadagnarsi il rispetto e la stima della comunità globale, creando una società aperta e armoniosa, basata sui princìpi di trasparenza, libertà e legalità. Per esempio, a tutt’oggi le vittime della tragedia di Piazza Tienanmen, che ebbe ripercussioni negative sulla vita di così tanti cittadini cinesi, non hanno ricevuto né la giusta riparazione né una risposta ufficiale. Similmente, quando migliaia di comuni cittadini nelle campagne cinesi soffrono per l’ingiustizia perpetrata da corrotti funzionari locali, le loro legittime denunce vengono ignorate oppure rintuzzate aggressivamente. Esprimo queste mie preoccupazioni sia come membro della comunità umana che come persona pronta a considerarsi un membro di quella grande famiglia che è la Repubblica Popolare Cinese. In tal senso, apprezzo e sostengo la politica del Presidente Hu Jintao che mira a creare una "società armoniosa ", ma essa potrà sorgere soltanto sulla base di una reciproca fiducia e in un’atmosfera di libertà, ivi compresa la libertà di parola e il principio della legalità. Credo fermamente che se questi valori saranno accolti, si risolveranno molti degli importanti problemi che riguardano le minoranze, quali le questioni del Tibet, del Turkistan orientale e della Mongolia interna, ove le popolazioni autoctone oggi costituiscono solo il 20% di una popolazione totale di 24 milioni di persone.

Avevo sperato che la recente dichiarazione del Presidente Hu Jintao secondo la quale la stabilità e la sicurezza del Tibet riguardano la stabilità e la sicurezza del Paese potesse annunciare l’alba di una nuova era per la soluzione del problema tibetano. Sventuratamente, i leaders della RPC continuano ad accusarmi d’essere un “separatista” malgrado i miei sinceri sforzi per non separare il Tibet dalla Cina, e similmente, quando i tibetani di Lhasa e di molte altre regioni hanno protestato spontaneamente per esprimere un risentimento profondamente radicato, le autorità cinesi mi hanno immediatamente accusato di aver orchestrato tali dimostrazioni. Ho richiesto che venisse condotta un’inchiesta approfondita da parte di un organismo autorevole per verificare i fondamenti di questa loro accusa. Fratelli e sorelle cinesi, ovunque voi siate, è con profonda preoccupazione che mi appello a voi per dissipare ogni equivoco fra le nostre due comunità. Inoltre mi appello a voi affinché ci aiutiate a trovare una soluzione pacifica e durevole al problema del Tibet attraverso il dialogo, in uno spirito di comprensione e conciliazione.

Con le mie preghiere,
Il Dalai Lama

 

«Siamo contro l'occupazione cinese, nulla a che vedere con gli appelli per la pace»
Il messaggio di un monaco di Lhasa affidato a due italiani sfuggiti agli scontri della guerra civile

«Lotta per il Tibet, non per il Dalai Lama»

DAL NOSTRO INVIATO Lorenzo Cremonesi 19 marzo 2008

KODARI (Sulla frontiera tra Tibet e Nepal) - Due voluminosi sacchi a pelo color mimetico militare sulle spalle, di quelli che si comprano per pochi euro alle fiere dell’usato. E le valige con le rotelle che ballonzolano sulla ghiaia e i sassi della carreggiata stretta tra le casupole di Kodari, il villaggio sull’unico valico doganale ancora parzialmente aperto tra il Tibet sotto il tallone militare cinese ed il Nepal attento a non provocare i signori di Pechino. Verso le otto e mezza ieri mattina ecco alla fine apparire quelli che si definiscono «tra gli ultimi turisti stranieri e certo gli ultimi italiani che ancora si trovavano in Tibet».

IL MESSAGGIO DEL MONACO - «Mamma mia che avventurona! E pensare che eravamo partiti da Perugia il 5 marzo pensando di andare per una vacanza. Ci siamo trovati in mezzo alla guerra civile», dicono all’unisono Ivano Bondi, imbianchino 53enne, e Claudio Tancetti, falegname, 48 anni (al ritorno dal viaggio Tibet e Campo base dell'Everest viaggio di NBTS Viaggi). Un po’ stanchi per le lunghe giornate in jeep da Lhasa al campo base sotto la parete nord-orientale dell’Everest e infine la lunga corsa verso il Nepal, appaiono più che altro spaesati, contenti di essere usciti, ma affamati di notizie. Soprattutto portano con loro un foglio di quaderno spiegazzato. L’hanno nascosto per paura delle perquisizioni cinesi. Ma adesso sono felici di mostrarlo al primo giornalista che incontrano. «Uscendo da Lhasa un monaco ci ha affidato di nascosto questo messaggio da diffondere ai media stranieri. E’ un grido di aiuto, la richiesta di essere ascoltati», spiegano.

LA LOTTA E LA PACE - Loro stessi non sono in grado di tradurre il contenuto. Si tratta di poche righe scritte in un inglese scorretto. Vi si trova l’accenno agli arresti di monaci da parte dell’esercito cinese, specie a quattro spariti da Deprung, uno dei monasteri più antichi ed importanti dell’ex capitale oggi sotto coprifuoco. Ma soprattutto vi si legge un chiara critica al Dalai Lama, agli appelli alla calma e alle sue aperture al dialogo con Pechino. «Noi non ci siamo rivoltati contro l’occupazione per ordine del Dalai Lama. Ma per la volontà popolare. Questa è la lotta dei tibetani contro l’occupazione cinese, che non ha nulla a che vedere con le offerte di pace del Dalai Lama», scrive l’ignoto autore.

PERIFERIE SENZA SCONTRI - I due perugini dicono che ancora sino a ieri mattina le rivolte sembravano concentrate unicamente nella regione di Lhasa. «Fuori città abbiamo notato più posti di blocco rispetto al giorno del nostro arrivo, una maggior presenza di truppe ed i poliziotti molto attenti nelle perquisizioni. Ma le strade sono libere. Non si nota alcun segno di violenza. Sono praticamente spariti i turisti. Negli ultimi tre giorni abbiamo incontrato solo due ciclisti, sembravano inglesi, che pedalavano veloci nella discesa verso il Nepal», aggiungono. Parole confermate dalla milanese Paola Guetta, che a sua volta era giunta a Katmandu il giorno prima assieme ad un gruppo di 23 turisti occidentali. Loro hanno assistito in diretta agli scontri più violenti tra venerdì e sabato scorsi: «La folla si è riunita presso lo Saikang hotel, il nostro albergo nel centro di Lhasa. Per quasi due ore hanno preso d’assalto impuniti i negozi dei cinesi. Le forze dell’ordine sono sembrate del tutto impreparate. Poi sono arrivate con i cingolati ed è stata guerra. Ventiquattro ore dopo è giunto l’ordine che tutti gli stranieri lasciassero subito il Tibet. Ovvio che non vogliono testimoni della repressione. Non avranno difficoltà, perché il resto del Paese sembra essere sotto il loro controllo».


Fonte : corriere.it

 


Ufficialmente il versante nord è riservato alla squadra che vi posizionerà la torcia olimpica
Ma Pechino teme nuove proteste a favore dell'indipendenza del Tibet

La Cina chiude l'accesso all'Everest "Nessuna spedizione fino a maggio"

PECHINO - "Spiacenti, non possiamo autorizzare nessuna spedizione sul versante nord dell'Everest fino al 10 maggio". Il laconico comunicato ha lasciato spiazzati moltissimi alpinisti, che hanno visto di colpo realizzato ciò che da qualche tempo si temeva: la Cina ha bloccato l'accesso alla montagna-simbolo, che questa primavera potrà essere attraversata solo dalla squadra cinese incaricata di portare in vetta la torcia olimpica.

La nota della China Tibet Mountaineering Association non lascia spazio a dubbi: "L'intensa attività alpinistica, le rotte affollate e le pressioni ambientali crescenti causano problemi di sicurezza nella zona del Qomalangma (il nome tibetano dell'Everest, ndr). Per questo non possiamo autorizzare nuove spedizioni almeno fino al 10 maggio".

Secondo il portale www.mounteverest.net e altre fonti, la chiusura dell'Everest è dovuta al timore che la montagna possa offrire un palcoscenico d'eccezione per le associazioni a favore dell'indipendenza del Tibet, proprio quando i riflettori mondiali saranno puntati sulla Cina che ospita i Giochi 2008.

Migliaia di tibetani in tutto il mondo nei giorni scorsi sono scesi in piazza per commemorare il quarantanovesimo anniversario della rivolta tibetana contro l'occupazione cinese e per protestare contro lo svolgimento delle Olimpiadi in Cina. E, cosa molto rara, 300 monaci hanno sfidato apertamente Pechino protestando per le strade di Lhasa.

Da Dharamsala, la piccola città sull'Himalaya indiano dove il Dalai Lama vive in esilio da quando, nei giorni della rivolta, fuggì in India per evitare di essere arrestato, cento esuli sono partiti in quella che chiamano la "marcia del ritorno", che dovrebbe concludersi col loro rientro in Tibet l'8 agosto prossimo, il giorno nel quale si apriranno i Giochi Olimpici di Pechino. Lo stesso Dalai Lama, che ha 72 anni, ha denunciato in un discorso le "inimmaginabili e grossolane violazioni dei diritti umani" che "continuano a verificarsi in Tibet".

Parole dure di condanna per la chiusura dell'Everest sono giunte dalla campagna internazionale per il Tibet (ICT) che ha sede a Washington, secondo cui il posizionamento della torcia olimpica viene sfruttato da Pechino per rinsaldare le pretese territoriali sul territorio tibetano, invaso dalle truppe cinesi nel 1950. Nove anni più tardi il Dalai Lama fu costretto all'esilio dopo una rivolta fallita contro il dominio cinese.

"Questa azione è una indicazione minacciosa dei controlli che la Cina potrà imporre mentre la torcia viaggia dalla cima dell'Everest nel territorio tibetano", ha detto il presidente dell'associazione ICT John Ackerly.

E, mentre la Cina è stata graziata dagli Usa, che tempestivamente l'hanno tolta dalla lista nera dei paesi maggiormente responsabili di violazioni di diritti umani, nuove proteste contro Pechino non mancheranno. Lo scorso aprile, la Cina deportò cinque americani che avevano esposto striscioni alla base dell'Everest per chiedere la libertà per il Tibet. Mesi dopo sei persone che inscenavano una protesta simile sono state arrestate ai piedi della Grande Muraglia.

Fonte Repubblica.it
12 marzo 2008

 


11/07 : FORUM SUL TIBET AL PARLAMENTO EUROPEO

Mercoledi 12 novembre, si è svolto al Parlamento Europeo, organizzato dall’Intergruppo Tibet (coordinato dal deputato popolare tedesco Thomas Mann), il convegno “European Parliament Forum on Tibet: EU Response to Sino-Tibetan Dialogue”.
Al forum ha partecipato Bruno Mellano, consigliere regionale radicale del Piemonte e coordinatore dell’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet; Mellano è stato l’unico italiano ad intervenire, dopo l’intervento di saluto del vice Presidente del Parlamento Europeo, Renzo Imbeni.
All’appuntamento sono intervenuti, in particolare: Pema Jungney (Presidente del Parlamento tibetano in esilio), Kelsang Gyaltsen (rappresentante del Dalai Lama presso l’Unione Europea e componente della delegazione che è stata recentemente a Lhasa ed a Pechino) e Jetsun Pema (la sorella del Dalai Lama, responsabile del Tibetan Children’s Village di Dharamsala).

Domani, invece, una delegazione della Regione Piemonte parte da Torino per una visita ufficiale in Cina; sono previsti incontri politici e commerciali a Pechino ed a Shanghai; fanno parte della delegazione i consiglieri regionali Pietro Marcenaro (DS) e Luca Caramella (Forza Italia). Bruno Mellano, a nome dell’Associazione Comuni, Province e Regioni, ha fatto pervenire ai colleghi in partenza per la Cina una spilletta con la bandiera del Tibet, affinché possano sfoggiarla in occasioni pubbliche.

Mellano ha dichiarato:
“ Al Forum, il presidente del gruppo Popolare Hans-Gert Poettering (… non un radicale qualunque) ha affermato con forza e chiarezza che ‘i rappresentanti dell’Unione Europea non hanno fatto tutto quello che potevano con la Russia e la Cina per le questioni della Cecenia e del Tibet’ ed ha concluso che ‘non si possono escludere le questioni spinose’, ma che occorre procedere per il Tibet con dei fatti concreti come la nomina di un inviato speciale dell’Europa.
Un tanto piccolo e simbolico quanto concreto e visibile gesto di solidarietà con gli amici tibetani sarà quello che i due consiglieri regionali piemontesi si sono impegnati a fare, sfoggiando sulla giacca la spilletta della bandiera tibetana nel corso della visita ufficiale in Cina. Le autorità cinesi, nella visita precedente, avevano ricevuto la delegazione della Regione Piemonte (capofila in Italia della campagna pro-Tibet degli enti locali) nella “Sala Tibet” del Parlamento di Pechino e avevano organizzato una speciale accoglienza da parte dei rappresentanti della “chiesa nazionale cinese”, i cattolici assoldati dal regime contro i vescovi nominati da Roma. Spero davvero che i colleghi Marcenaro e Caramella possano e sappiano trovare le forme, i modi e le parole per testimoniare la vicinanza del Piemonte alla causa tibetana, che è per noi la chiave di lettura per parlare di democrazia e libertà anche per il miliardo e mezzo di cinesi oppressi dalla terribile dittatura nazional-comunista.”
Fonte : http://www.radicalparty.org/welcome_it.html

 


10/07 : AL DALAI LAMA LA CITTADINANZA ONORARIA

Torino : Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, diventerà cittadino onorario di Torino.
Nel 1950 l’attuale Dalai Lama assunse il potere politico in Tibet ma nove anni dopo, a causa dell’invasione cinese, fu costretto a lasciare il paese con tutto il governo, emigrando in India dove ottenne asilo politico. Il suo impegno in difesa dei diritti umani gli valse il Premio Nobel per la Pace nel 1989. La cittadinanza gli è stata conferita «per il suo impegno internazionale nella ricerca di una soluzione pacifica per il Tibet e per aver diffuso il principio della riaffermazione dei diritti umani e della pacificazione fra i popoli».
Il Dalai Lama sarà in visita a Torino il prossimo 16 dicembre, invitato dall’Associazione di Comuni, Province, Regioni per il Tibet alla quale ha aderito recentemente anche la Città di Torino.
Fonte : www.lastampa.it


10/07 : ONDATA DI GELO TRA USA E CINA PER IL DALAI LAMA

L’aria gelida dell’altopiano tibetano ieri ha soffiato su Pechino, infliggendo brividi di freddo alle vitali relazioni tra Cina e Usa.
I telegiornali di ieri erano ancora inondati dalle immagini del congresso riunito in seduta plenaria intorno al segretario Hu Jintao che annunciava la nuova linea politica. In segno di unità nazionale tutte le minoranze nazionali partecipavano con il costume tradizionale… compreso un giovane monaco tibetano dalla testa rasata e la toga arancione.
Era il giovane Panchen Lama, la seconda autorità religiosa del Tibet, fedele a Pechino. La Tv voleva dare il segno della lealtà dei tibetani mentre il Dalai Lama, la prima autorità religiosa del Tibet, invece è all’estero da quasi 50 anni. Lui sta per ricevere la medaglia d’oro dal Congresso americano e sarà ricevuto dal presidente Gorge Bush.
Contro questo riconoscimento si sono scagliati ieri alti funzionari cinesi. “Siamo furiosi. Se il Dalai Lama riceve un tale premio non ci può essere giustizia o persone buone a questo mondo – ha detto ai giornalisti Zhang Qingli, segretario del PC in Tibet – Una tale persona che vuole dividere la sua madrepatria e non la ama neppure.”
A rincarare la dose è arrivato il governatore del Tibet, di etnia tibetana, Qiangba Puncog che ha affermato: "Sebbene abbiamo avuto molti contatti e colloqui il Dalai Lama ha sempre sostenuto l’indipendenza del Tibet. A queste condizioni anche se manteniamo la porta dei contatti aperta, non ci possono essere sviluppi importanti fin quando il problema non è risolto.”

Il dalai ha pubblicamente abbandonato la richiesta di indipendenza del Tibet, chiedendo per la regione una larga autonomia entro i confini cinesi. Esistono comunque differenze anche su questo punto perché Pechino considera il Tibet, il territorio dell’attuale regione autonoma, mentre il Dalai pensa al Tibet storico, che comprende un territorio grande circa un quarto della Cina e oggi con la una popolazione in maggioranza non di etnia tibetana.
La gente di etnia tibetana della Cina sono circa 4 milioni su quasi 1,4 miliardi di popolazione cinese.
Inoltre permane una profonda diffidenza di Pechino verso il Dalai. Qiangba Puncog ha detto che la Cina ritiene che il Dalai in realtà sostenga ancora l’indipendenza del Tibet e ha avvertito che si registra un aumento delle attività separatiste.

Il governatore della regione autonoma ha sottolineato che il Dalai dovrebbe con chiarezza prendere le distanze dalle attività separatiste le quali invece “stanno ponendo seri ostacoli a ulteriori progressi.”

D’altro canto però si moltiplicano le denunce di organizzazioni umanitarie per la repressione in Tibet. Voci riferiscono di membri del partito espulsi per il loro sostegno al Dalai. Un uomo di etnia tibetana della provincia del Sichuan, Runggye Adak, è stato arrestato con l’accusa di sovversione perché incitava la folla a far ritornare il Dalai in Cina.
Alcuni ragazzi della provincia del Gansu, sono stati arrestati per avere disegnato graffiti inneggianti al Dalai. Quattro di loro, tutti 15enni, sono ancora detenuti e, secondo Amnesty international che ha sollevato la questione, sono stati pesantemente maltrattati dalla polizia.
Fonte : www.lastampa.it

 


10/07 : LA CINA HA FALLITO, SEMPRE PIU' UNITI AL DALAI LAMA

La Cina “non è in grado di controllare la mente ed il cuore della popolazione tibetana”, nonostante le sue politiche che “violano la libertà religiosa del Tibet e cercano di far divenire la nostra popolazione una minoranza: in questo tentativo, falliranno per sempre. Noi resteremo uniti al Dalai Lama”.

Tsering Dorje, coordinatore dell’Ufficio indiano per i rapporti con il Tibet, commenta così ad AsiaNews l’arresto dei monaci tibetani di Lhasa, avvenuto la scorsa settimana in risposta al conferimento della medaglia d’oro del Congresso Usa al Dalai Lama.
Questo gesto, spiega, “dimostra quanto siano frustrati ed impotenti, ma è soprattutto un messaggio al mondo: 48 anni dopo l’invasione della regione, non sono riusciti a fiaccare lo spirito tibetano, o ad allontanarci dalla figura del Dalai Lama e dal rispetto che proviamo per lui”.

Tuttavia, “i tibetani non hanno alcun senso di frustrazione davanti al successo internazionale della Cina: il buddismo ci insegna l’amore nei confronti di tutti, e questo porta naturalmente a desiderare il successo, la prosperità e la pace del mondo. Questo include anche la Cina”.
Ciò però non significa che il Tibet approvi i prossimi Giochi olimpici: “Il Dalai Lama ha più volte detto che boicottare le Olimpiadi di Pechino significa soltanto chiudere ancora di più la Cina nel suo isolamento internazionale. Eppure, alcuni dei nostri giovani ritengono i Giochi una grande opportunità, per dimostrare al mondo la vera faccia della Cina, che non è come viene dipinta”.
Fonte :
www.asianews.it

 


09/07 : MASSICCIA CAMPAGNA DI EDUCAZIONE PATRIOTTICA IN LITHANG

Dharamsala, 15 settembre 2007. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha reso noto di aver ricevuto conferma che nella contea di Lithang, situata nella zona sud occidentale della provincia del Sichuan, le autorità cinesi stanno attuando una capillare campagna di educazione patriottica.
Le sessioni di "Educazione Patriottica Politica" sono iniziate nella prima settimana di settembre. Dopo aver forzatamente convocato i dirigenti della contea e gli abati dei monasteri di Lithang e dei dintorni, i funzionari governativi hanno organizzato delle classi di indottrinamento di massa in cui è spiegata la situazione esistente in Tibet prima del 1959, quando "aristocratici e funzionari opprimevano e torturavano i servi", a fronte della felice e "prospera era" attuale in cui, grazie al governo cinese, gli standard di vita del popolo tibetano sono migliorati.
È stata proibita l'esposizione delle foto del Dalai Lama sia all'interno dei monasteri sia nelle residenze dei religiosi. Trenta poliziotti armati sono entrati nottetempo nell'abitazione di un monaco e lo hanno picchiato e torturato. I giovani monaci di età inferiore ai diciotto anni sono stati obbligati a lasciare i monasteri e a fare ritorno alle rispettive famiglie.

La situazione a Lithang si è fatta estremamente tesa dal 1° agosto 2007 quando un nomade tibetano, Ronggay Adrak, cinquantadue anni (nella foto), ha inscenato una manifestazione di protesta nel corso di una cerimonia ufficiale. Si celebrava in quel giorno l'80° anniversario della fondazione dell'Esercito Popolare e una grande folla si era radunata per assistere sia alla cerimonia sia all'annuale corsa dei cavalli. Salito sul palco per offrire la tradizionale sciarpa bianca al Lama del monastero di Lithang, Ronggay Adrak ha afferrato il microfono ed ha iniziato a gridare "Il Dalai Lama deve tornare in Tibet", "Il Tibet vuole l'indipendenza" e "Liberate il Panchen Lama". Sceso tra la folla, si è diretto alla volta di un monaco, sospettato di collusione con i cinesi nella conduzione della campagna di educazione patriottica, denunciandone l'ambiguo comportamento. Di nuovo sul palco, ha ripreso a lanciare slogan imitato in coro da tutti i presenti fino a che è stato arrestato dalla polizia di Kardze e tradotto in un luogo sconosciuto. Migliaia di persone si sono immediatamente recate presso l'Ufficio della Contea per chiederne il rilascio e, nei giorni successivi, hanno in tutti i modi cercato di opporsi e contrastare il lavoro di pattugliamento e di perquisizione operato dalla polizia.

È dell'11 settembre 2007 la notizia dell'arrivo a Lithang, assieme a centinaia di soldati, di un esponente governativo di alto grado che pare si tratterrà nella Contea per almeno sei mesi. È stato chiesto alla popolazione di denunciare il Dalai Lama e di partecipare in massa ad una dimostrazione contro la sua persona.
Secondo la propaganda cinese, sia Ronggay Adrak sia Tenzin Delek Rinpoche sono persone che hanno commesso gravi errori e che non hanno mostrato gratitudine alla madrepatria per lo sviluppo e il progresso arrecato al loro paese dal governo comunista.
Fonte: www.italiatibet.org

 

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