MONGOLIA

NEWS : Viaggio nelle altre Olimpiadi quando i Giochi sono la vita
In Mongolia per il Naadam, tre giorni di magia Solo tre gare: arco, lotta e corsa dei cavalli

Si svolge nella steppa il rito sportivo più antico dopo quello che si celebrerà ad Atene tra un mese
dall'inviato di Repubblica EMANUELA AUDISIO

ULANBAATAR - C'era una volta, vi avranno detto. Se venite nella steppa c'è ancora. L'Olimpiade. Semplice, umile, grande. Quella dove si arriva a cavallo, dove ci si lava nel fiume, dove si attraversa a piedi la ferrovia transmongolica, che dalla Russia va fino in Cina, dove le donne, con lunghi abiti di seta, borsetta e orecchini, tirano con l'arco.

Dove si lotta non su tappeti sintetici, ma su prati di camomilla, origano, cardo selvatico e cavallette, con le frecce di legno di salice e di penne di avvoltoio, dove il cielo è blu, senza scritte pubblicitarie, dove i lottatori dopo aver scaraventato a terra l'avversario non si mettono la tuta dello sponsor, ma una veste di pelle di daino sulle mutande colorate. E' il Naadam, la festa con cui la Mongolia celebra la sua indipendenza (1921), che rimanda a un tempo lontano in cui un uomo si trovò ad affrontare un mostro a cinque teste. Alla fine il mostro fu sconfitto nella lotta, nella corsa a cavallo, nel tiro.

Il Naadam è la seconda Olimpiade più antica del mondo, dura tre giorni. E' un modo vecchio di giocare ai giochi, di radunarsi, di fare sport. Senza metaldetector, stress, security. Senza parole inglesi. Senza Casa Italia, meglio i baracchini con spiedini di montone e anguria. Tra un mese ci sarà Atene, capitale della Grecia: blindata, sponsorizzata, cloroformizzata. Molto internazionale. Oggi c'è Ulaanbaatar, capitale della Mongolia: aperta, autentica, ubriaca. Atmosfera da incrocio del mondo, da circo allegro. Sembra che oggi tutti i due milioni e mezzo di mongoli siano accorsi qui. Nello stadio per entrare bisogna spingere, fuori ci sono anche i bagarini.

Per la gara di tiro con l'arco arrivano intere famiglie: mamma, bambino, bambina, papà. Vestiti di arancione e di azzurro, con il del, l'abito tradizionale e i gutul, gli stivali facili da infilare, senza differenza tra il destro e il sinistro, la punta è all'insù per motivi religiosi, così si uccidono meno insetti. I bersagli sono degli anelli colorati posti a 75 metri per gli uomini e 60 per le donne. Ad Atene gli archi saranno in fibra di carbonio, qui sono in strati di corno e di corteccia. Gli uomini si mettono in fila, tirano uno dopo l'altro, i più bravi sul cappello hanno una punta d'argento. Molti parlano al cellulare.

Tseveen ha 80 anni, una moglie e tre figli, di mestiere ha fatto l'uomo che sussurrava ai cavalli, quello che domava gli animali più ribelli. E' alto, grosso, imponente. E' vestito di verde, con tre medaglie sul petto, e una specie di cravatta di raso rossa che scende dal cappello. Con un laccio di pelle si lega la manica in modo che non penda, ha due fessure da lupo al posto degli occhi, forse la miopia, tende l'arco fin sopra la guancia e tira verso il cielo. In un altro posto gli griderebbero "nonno, vattene a casa", qui davanti a lui tutti si inchinano. Gli si può parlare sul campo di gara. A cosa pensa quando tira? "Ascolto il vento, la sua direzione". Il buddismo aiuta la concentrazione? "Non c'è dio nelle frecce, inutile scomodarlo per la mira, meglio mettere in azione la propria forza". Baggio è servito.

Ah, c'è anche la musica. Altri arcieri intonano nenie, mentre aspettano il loro turno. I giudici dall'altra parte del campo corrono a scansarsi davanti alla pioggia di frecce. E' un miracolo che non vengano infilzati. Esprimono il loro giudizio sul tiro alzando le braccia e emettendo un grido tradizionale. A vederseli davanti, questa fila di arcieri, dagli zigomi alti, dagli abiti colorati, dallo sguardo guerriero, si capisce lo sgomento che provarono gli europei per la prima volta davanti ai mongoli. Dietro il braccio che impugna l'arco c'è molto più di una tecnica, come vedere una zingara ballare davanti al fuoco.

Un'altra prova olimpica è la lotta. Non c'è limite di peso, né di durata di tempo. Certe sofisticherie in Mongolia non vengono apprezzate. Più grossi si è, meglio è. Se si ha curiosità sui propri chili, ci si può sempre pesare da un vecchietto fuori dallo stadio, che per un cent vi farà salire sulla sua bilancia. Dice un detto locale: "Se hai paura non farlo, se lo fai non avere paura". La lotta è fatta di prese, e se il tuo uomo non molla puoi stargli avvinghiato anche quattro ore. Che fretta c'è? Non vai mica fuori orario. Qui non comanda la tv, ma la fatica che ci vuole per ribaltare l'avversario.

La corsa dei cavalli sembra un film di John Ford. Ci si sposta sulla steppa appena fuori Ulaanbaatar. Cavalli dappertutto: a destra, a sinistra, sulle colline, in pianura. Generale, dietro la collina ci sta la notte crucca e assassina, cantava De Gregori. Qui ci stanno quasi mille animali, lanciati al galoppo. La Mongolia ha 30 milioni di bestie, in media ogni abitante ne ha dodici. Gengis Khan conquistò il mondo senza mai scendere da cavallo e l'unica volta che fu costretto a farlo, per una caduta, morì. Anche gli spettatori sono arrivati non su quattro ruote ma su quattro zampe. La razza mongola è un incrocio tra i mustang e i berberi, sono animali piccoli, ma veloci.

Tutta la steppa oggi è il campo di gara. Scordatevi tribune e mixedzone. Tra escrementi, liquidi, bave gialle, chiappe sudate, si è spinti, stretti, calpestati da file di animali. Quando all'improvviso in fondo alle valle, tra le montagne, si leva una colonna di polvere. La corsa è partita. Venticinque chilometri più in là. C'è tempo e spazio per le scorrettezze.

Dopo meno di un'ora l'aria cambia, il rumore del temporale lontano si fa più vicino, la terra comincia a vibrare, i puledri degli spettatori s'innervosiscono, fremono, si agitano. Molti scappano, piombano sulla folla, c'è una fuggi fuggi generale. La corsa sta arrivando. Non c'è né annuncio né telecronaca. Il primo cavallo arriva solo, senza nessuno in groppa. Ma il regolamento non è quello del Palio di Siena, qui il cavallo scosso non vale. In sella bambini e bambine di sei-sette anni. Qui è la vita dura che ti laurea fantino, il dover guardare la bestie, non la lezioni ai Jockey Club. Gli altri della famiglia si precipitano a togliere il sudore del cavallo con un raschietto fatto col becco di un pellicano.

Nemehbaatar viene da una provincia lontana. Il suo nome significa "più di un eroe", ha 25 anni, gliene date il doppio. Possiede più di cento cavalli, è arrivato nella capitale con i suoi due figli, e ora tornerà a casa. Il gioco del pallone non gli interessa, nemmeno ai suoi bambini, che preferiscono la lotta e tirare calci negli stinchi. Ad Atene nella mensa olimpica ci saranno i cibi con le indicazioni delle calorie, qui da un bidone di alluminio escono pezzi di capra, cotti con pietre arroventate e da una pentola lo stufato di montone, con grossi pezzi di grasso. Nella ciotola ci si passa l'airag, latte di cavalla fermentato, che può arrivare a dodici gradi di volume alcolico. Nemehbaatar ci metterà più di cinque giorni per tornare a casa. A cavallo, si capisce. A lui non interessa il villaggio olimpico. In viaggio monterà la gher, la tenda mongola, da secoli dimora di tutti i nomadi: uno scheletro di tronchi di betulla ricoperto da feltro e pelli. Nemehbaatar è scettico. Su Atene, sui Giochi dove alla fine non si gioca, su chi non ama i cavalli. Chiede: "Sai cavalcare?". Un po'. "Sai sgozzare una pecora?". No. "Voi europei siete proprio inutili".

Il Naadam oggi è tutto quello che abbiamo perso. Atene tra un mese ci dirà se vale la pena di avere nostalgia. E d'inseguire Nemehbaatar. A cavallo. (Repubblica.it 12 luglio 2004)

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