Racconti di viaggio - Ecuador

di Marco Lenzi © Aprile '03

 

Diario di viaggio Ecuador e Galapagos
Testi e foto di Marco Lenzi               Aprile 2003

 

17/03/2003:            Ore 22.30. Il viaggio è finalmente finito quanto sento il boeing della Aeropostal che poggia le ruote sulla pista d’asfalto dell’aeroporto di Quito. La stanchezza si fa sentire ed appena scendo dalla scaletta mi sento avvolgere da una strana sensazione come dei brividi di freddo. La temperatura non è però affatto rigida, anzi il capitano dell’aereo ci ha appena informato che ci sono 18 gradi ad attenderci. Svolgo le formalità doganali, ritiro il mio bagaglio e mi avvio all’uscita dove, puntualissimo, faccio il mio incontro con Favio che sarà la mia guida in questo viaggio. Saliamo sull’auto di Favio e raggiungiamo in pochi minuti l’Hostal Santa Barbara dove, sfinito, vado immediatamente a dormire dato che il viaggio è in realtà appena iniziato.

 

18/03/2003:            Favio viene a prendermi alle 08.30 e ci dirigiamo verso il centro di Quito dove faccio il mio primo incontro con la popolazione locale, veramente pittoresca e sempre sorridente, specialmente verso il turista, dato che il turismo in Ecuador non è ancora di massa e quindi non è ancora riuscito a farsi detestare. Visitiamo la Cattedrale, la piazza della Repubblica e la statua della Vergine che dall’alto della montagna domina tutta la vastità del territorio e l’estensione, per me prima inimmaginabile, di Quito. Per il pranzo ci spostiamo verso la Mitad do Mundo dove Fabio mi porta a “El Crater”, uno splendido ristorante sul ciglio di un cratere ancora attivo che possiamo ammirare in tutta la sua bellezza tra una portata e l’altra. Finito il pranzo, ci rimettiamo subito in moto alla volta della Mitad do Mundo dove scattiamo le classiche foto di rito “a cavallo” della linea dell’equatore e visitiamo il museo dove la guida locale ci spiega le diversità nei modi di vestire, di produrre e di cacciare delle varie etnie che coabitano in questa splendida nazione.

 

19/03/2003:            Di buona mattina Favio è di nuovo a prendermi all’albergo dal quale partiamo alla volta del vulcano Cotopaxi. Un’ora e mezza di viaggio ci portano così ai piedi di questo imponente vulcano (5.897 metri) dove Vladimir (la mia guida locale e studente di ecoturismo) mi porta con la sua jeep all’interno del Parco Nazionale del Cotopaxi. Il nostro traguardo è un’area di parcheggio situata a 4.500 metri sul livello del mare e durante la nostra ora di viaggio all’interno del parco, Vladimir mi parla della storia di questo vulcano mentre io mi perdo nel guardare il paesaggio lunare che mi circonda.

Una volta parcheggiata la jeep Vladimir mi fa notare il rifugio Josè Ribas che è la nostra meta finale e che dovremo raggiungere a piedi risalendo un dislivello di circa 300 metri fino ad un’altezza totale di 4.810 metri. L’impresa è però meno facile di quanto potessi pensare, dato che l’aria a quella quota è pressoché irrespirabile. Il cammino si protrae per circa un’ora ma, tra una sosta e l’altra per poter tirare il fiato, riusciamo a raggiungere l’agognato rifugio dal quale il panorama che possiamo ammirare è semplicemente unico.

 

20/03/2003:            Facciamo colazione prestissimo e ci incamminiamo immediatamente per Banos dove ci attende la visita al Pailon del Diablo. Sulla strada ci soffermiamo al mercato locale di Saquisili che è un’ottima alternativa al più conosciuto, ma certamente più affollato di turisti, mercato di Otavalo. E’ un mercato veramente caratteristico dove gli stranieri si contano davvero sulle dita di una mano e dove si può trovare ogni genere di artigianato locale, dai tappeti di alpaca a quelli più grezzi in lana, dai maglioni ai cappelli, alle sciarpe con i colori dell’arcobaleno che, specialmente questa mattina, sembrano aver perso molto del loro connotato pacifista alla luce dell’attacco anglo-americano in Iraq.

Dopo gli acquisti di rito ripartiamo sulla strada per Banos dove è possibile ammirare il vulcano Tungurahua (ecco perché si chiama la via dei vulcani) che sta ancora eruttando da più di due anni.

Giunti in paese ci dirigiamo verso la cascata e, lasciata la macchina, scendiamo all’interno di una cornice amazzonica verso la nostra meta. Il cammino è fortunatamente breve ed in pochi minuti ci troviamo all’inizio del ponte sospeso dal quale è possibile ammirare lo splendore e la potenza della cascata denominata “Pailon del Diablo” che è considerata, a buona ragione, una delle 10 cascate più spettacolari del mondo. Risaliti al livello della strada torniamo verso il centro di Banos che visitiamo dopo un pranzo rifocillante. Nel tardo pomeriggio ci muoviamo invece alla volta di Rio Bamba dove arriviamo al calar del sole presso l’Hosteria El Troje.

 

 

 

21/03/2003:            Alle 06.40 siamo già alla stazione ferroviaria di Rio Bamba dove salgo sul famoso trenino delle Ande dove è possibile (previo qualche spintone per conquistarsi il posto) viaggiare sul tetto per poter ammirare al meglio il paesaggio che ci circonda. Il viaggio è tutt’altro che riposante anzi, è scomodissimo, ed è tutto un gioco di incastri di braccia, gambe, telecamere e macchine fotografiche, ma ben presto si fa amicizia con gli altri passeggeri, ovviamente tutti stranieri e giunti in Ecuador un po’ da tutte le parti del mondo. Il viaggio si snoda tra la periferia di Rio Bamba, le pendici del Chimborazo (il più grande vulcano attivo con i suoi 6.300 metri d’altezza), la cordigliera andina, i paesi dei campesinos (cioè i contadini ecuadoriani) come Guamote o Alausi (che poi è anche il capolinea) e la Nariz del Diablo, ossia un’imponente montagna somigliante appunto ad un gigantesco naso.

Il tragitto dura complessivamente intorno alle 5 ore ma le riprese e le foto che si riescono a scattare sono semplicemente impareggiabili. Sceso dal treno ad Alausi, salgo nuovamente in macchina con Fabio che si dirige subito verso le rovine Inca di Ingapirca.

Dopo un’ora e mezza di strade completamente dissestate ed avvolte da nubi talmente dense da risultare quasi impossibile continuare a guidare, ci troviamo finalmente di fronte alle rovine Inca più famose dopo quelle di Macchu Picchu in Perù. La guida in inglese mi spiega che questo luogo è stato eretto dagli Inca intorno al 1.500 ma ha avuto una vita brevissima (non più di 30 anni) dopodiché è stato abbandonato in seguito ad una lotta fratricida all’interno della tribù che lo popolava. Al termine della visita del sito Inca ci muoviamo nuovamente alla volta di Cuenca.

  22/03/2003:            La mattina la dedichiamo alla visita di Cuenca, una cittadina molto tranquilla e molto pulita (come del resto quasi tutto l’Ecuador che abbiamo visitato). In tarda mattinata ci muoviamo nuovamente verso Guayaquil attraversando il Parco Nazionale del Cajas, caratterizzato dalle sue 330 lagune sparse fra le creste montuose e le sue innumerevoli cascate che si susseguono lungo tutta la sua lunghezza. Giunti ad un’altezza di circa 3.500 metri sul livello del mare iniziamo a scendere verso Guayaquil che raggiungiamo dopo più di 2 ore e soprattutto dopo aver attraversato delle sterminate coltivazioni di banane e di cacao. Il caldo comincia qui a farsi veramente insopportabile (32°) anche perché è elevatissimo il tasso di umidità.

Dopo esserci riposati un po’ presso l’albergo decidiamo di chiamare un taxi e di spostarci verso il centro cittadino dove ci dirigiamo subito al Malecon, cioè la passeggiata lungo il fiume di Guayaquil, che è anche l’unico posto dove le forze di polizia riescono ad evitare spiacevoli sorprese ai turisti, dato che questa è la città dichiaratamente più pericolosa. Dopo una cena a base di gamberoni gustata in un ristorante con una splendida vista sul fiume, rientriamo in albergo.

 

Il viaggio prosegue...

23/03/2003:     Guayaquil - Isole Galapagos... << leggi qui >>

 

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